THIS IS BIG AIR
Entra in una nuova dimensione Il big air ha appena fatto un salto di livello. Con il debutto del nuovo...
12 Febbraio 2026
13 Febbraio 2026
Non organizzo viaggi. Mi prendo cura delle persone.
Il vento mi ha insegnato a volare. Le persone mi hanno insegnato a restare.
Ricordo una mattina a Watamu.
Il sole stava salendo piano sopra l’oceano, l’aria era già calda e io ero in spiaggia prima di tutti. Il vento mi passava sulla pelle mentre sistemavo le vele in silenzio. In quei momenti non penso a niente. Respiro. Guardo l’orizzonte. E sento che sono esattamente dove devo essere.
È da lì che nasce questo racconto.
Scrivo questo articolo per la prima volta in prima persona sul mio sito. Non l’ho mai fatto prima. Chi mi conosce lo sa: di solito preferisco raccontare con le immagini, con un tramonto condiviso sui social, una session in acqua, un sorriso dall’altra parte del mondo. Questa volta però sentivo il bisogno di fermarmi un attimo e raccontare davvero.
Perché quello che vivo non è solo kitesurf.
È una storia fatta di vento, persone, fiducia, errori, cadute e rinascite.
Tutto è nato da un bisogno. Non da un progetto imprenditoriale. È nato dal vento, dal mare, da quella sensazione nello stomaco che ti prende quando sai che devi partire anche se non sai bene dove andrai.
All’inizio viaggiavo per allenarmi. Le competizioni erano il mio focus. Cercavo gli spot migliori, le condizioni perfette, il vento costante. Scrivevo sui forum di kitesurfing.it, pubblicavo aggiornamenti, foto, racconti delle session. Condividevo semplicemente quello che vivevo.
Poi hanno iniziato a venire gli amici.
Viaggi semplici, veri, puri. Session infinite, cene improvvisate, risate, notti brevi e albe lunghissime. Poi qualcuno mi scriveva chiedendomi se poteva venire anche lui. Piano piano sono arrivati anche quelli che non conoscevo, ma che avevano la stessa luce negli occhi.
Ed è lì che è nato tutto.
In questi vent’anni ho visto qualcosa di straordinario. Ho visto posti che erano poco più di una strada sterrata diventare destinazioni famose in tutto il mondo: Tarifa, Cumbuco, Jericoacoara, Watamu, Santa Maria a Capo Verde, Cabarete. All’inizio c’era poco. Qualche casa, un bar, il vento. Poi sono arrivati i rider, poi le scuole, poi i viaggiatori.
Il kitesurf non è solo uno sport.
È un catalizzatore.
Muove persone.
Crea economia.
Costruisce comunità.
Oggi tutto è più strutturato, più turistico. Ma l’esperienza resta. E quando è autentica, diventa ancora più ricca.
Durante i miei viaggi ho conosciuto talmente tante persone che a volte mi serve qualche secondo per ricordarmi un viaggio fatto anni fa. Poi succede una cosa bellissima: qualcuno mi scrive, mi manda una foto, mi dice che sta tornando, basandosi solo sul ricordo di una vacanza unica.
Ed è lì che capisco quanto tutto questo sia reale.
I miei viaggi sono sempre nati da una cosa che ci accomuna: il kitesurf. Lo sport che mi ha cambiato la visione della vita. Perché il kiter cerca i posti più remoti, cerca il vento, cerca le condizioni giuste, e nel farlo arriva in luoghi che il turismo tradizionale non vede.
Villaggi di pescatori come Paracuru, in Brasile, dove gli unici europei che incontri sono quelli che hanno scelto quella meta per il vento. Oppure Che Shale, il primo posto che ho scoperto in Kenya, bungalow immersi nella foresta che allora erano quasi sconosciuti e oggi sono diventati una delle attrattive più gettonate della zona. O Tarifa, che prima era una sola via, una città dura, famosa persino per i suicidi. Perché i venti da est, quando tirano forte per giorni interi, fanno impazzire il kiter… ma per chi ci viveva era devastante.
Noi arrivavamo con le nostre tavole e le nostre vele e ci riunivamo per allenarci, imparare, superare paure e limiti. Dopo ogni viaggio tornavamo a casa con qualcosa in più. Un trick nuovo. Una manovra che non facevamo da anni. Ma soprattutto con qualcosa dentro.
Perché il kite non ti insegna solo a volare.
Ti insegna ad aspettare il vento.
Ti insegna a leggere il mare.
Ti insegna ad adattarti.
Ti insegna che non controlli tutto.
E questa è una lezione che poi ti porti nella vita.
Io non mi sono mai sentito sopra nessuno. Mi sono sempre sentito dentro al gruppo, con un po’ più di esperienza sulle spalle e il compito naturale di guidare quando serve.
Ricordo Silvia. Era arrivata con addosso anni di tentativi e frustrazione, convinta che forse questo sport non fosse per lei. L’ho presa impaurita, fragile, pronta a mollare. Non le ho promesso miracoli. Le ho dato tempo, metodo, presenza. Oggi Silvia è autonoma. Non è un’esperta kiter, ma guai a stare nella sua stessa linea di navigazione. È centrata, determinata, viva in acqua. Sa che il percorso è ancora lungo, ma ora vede una strada davanti a sé.
Poi c’è Monia. Imprenditrice, energia pura, carattere da Caterpillar. Era tornata dopo anni. Ho incontrato una donna potente, presente, consapevole. Non più in prova. Pronta.
E poi Marco e Francesco. Si sono conosciuti in uno dei miei viaggi. Perfetti sconosciuti il primo giorno. Alla fine dell’estate avevano già viaggiato insieme, scoperto posti incredibili, costruito un’amicizia vera.
Ed è lì che capisci che non stai solo insegnando uno sport.
Stai creando connessioni.
Oggi entro in acqua non per superare i miei limiti. Entro per divertirmi, per stare bene, per trasformare la mia esperienza in qualcosa di utile per chi è con me. Ho imparato che il valore non è quanto spingi forte, ma quanto riesci a trasmettere. Gestisco gruppi di 40–50 persone cercando sempre di mantenere il sorriso e trovare soluzioni personali per ognuno, perché ogni persona arriva con una storia diversa. C’è chi lascia a casa stress e difficoltà. C’è chi non ha mai fatto un viaggio intercontinentale e si affida completamente a me. C’è chi prova da anni a imparare questo sport e sceglie il mio camp come ultima possibilità.
E poi succede.
Con calma.
Con tempo.
Con fiducia.
Alla fine riescono.
E lì capisco perché faccio tutto questo.
Perché alla fine si torna a casa e quello che resta non sono solo le foto. Restano i ricordi. Le amicizie nate davanti a un tramonto. Le risate dopo una giornata di vento. E restano i messaggi che arrivano giorni dopo: “È stata un’esperienza unica. Da rifare.”
Questa è la mia vera soddisfazione.
Negli ultimi mesi ho vissuto uno dei momenti più duri della mia vita professionale. Per il Brasile e per il Kenya mi ero affidato a presunti professionisti del settore. Tutto sembrava impeccabile. Era tutto falso. I kitecamp erano già pagati. I soldi spariti. Le strutture inesistenti.
Ricordo una notte in cui sono rimasto seduto sul letto, in silenzio, con il telefono in mano. Non dormivo. Pensavo solo alle persone che avevano riposto fiducia in me.
Ora la giustizia farà il suo corso.
Ma la responsabilità restava mia.
Perché chi prenota con me non compra un viaggio. Affida tempo, ferie, famiglia, aspettative. Il viaggio è sacro.
Il 2025 mi ha messo in ginocchio economicamente. La strada più facile era rimandare tutto. Ma non funziona così. Chi aveva prenotato aveva già preso ferie, aveva fatto compromessi con il partner, aveva organizzato la propria vita attorno a quel viaggio.
Io non potevo deluderli.
Mi sono riorganizzato. Ho ricomprato voli, ricostruito tutto in poche settimane. Ho passato momenti di frustrazione enormi. Ma poi ho guardato le persone che avevano scelto me. E ho capito che loro venivano prima di tutto.
Alla fine tutti sono partiti.
Con alcuni all’inizio non sono entrato subito in sintonia, e questo mi dispiace, ma chi è maturo sa capire. Quando siamo tornati a casa, sapevo di aver fatto la cosa giusta.
Perché non si tratta di kite.
Si tratta di fiducia.
Negli ultimi anni ho capito che la Sicilia, e lo Stagnone, sono diventati per me un luogo dove rallentare, ascoltare, preparare. Da marzo a ottobre sarò lì, non per vendere lezioni, ma per costruire con calma le prossime esperienze nei minimi dettagli. Perché un viaggio non si improvvisa. Si ascolta.
E poi c’è una cosa che mi sorprende ogni volta. Persone che partono senza conoscersi e tornano a casa come amici. A volte come compagni di viaggio per la vita. Succede spesso. Ed è bellissimo.
Questo articolo è dedicato a tutti coloro che in questi anni si sono affidati a me. Ma soprattutto ai partecipanti degli ultimi due camp: Brasile novembre e Watamu gennaio. Avete vissuto con me uno dei momenti più difficili della mia carriera. Avete avuto pazienza. Avete avuto fiducia. Avete avuto cuore.
Io non lo dimenticherò mai.
Non organizzo viaggi.
Mi prendo cura delle persone.
E so che i prossimi anni saranno ancora più profondi.
Se stai leggendo questo, forse non è per caso.
Forse anche tu senti che è arrivato il momento di partire.
Non so dove ti porterà il vento.
So solo che, se scegli di camminare con me, non tornerai a casa uguale a quando sei partito.
Antonio Gaudini
Non organizzo viaggi. Mi prendo cura delle persone.
Il vento mi ha insegnato a volare. Le persone mi hanno insegnato a restare.
Ricordo una mattina a Watamu.
Il sole stava salendo piano sopra l’oceano, l’aria era già calda e io ero in spiaggia prima di tutti. Il vento mi passava sulla pelle mentre sistemavo le vele in silenzio. In quei momenti non penso a niente. Respiro. Guardo l’orizzonte. E sento che sono esattamente dove devo essere.
È da lì che nasce questo racconto.
Scrivo questo articolo per la prima volta in prima persona sul mio sito. Non l’ho mai fatto prima. Chi mi conosce lo sa: di solito preferisco raccontare con le immagini, con un tramonto condiviso sui social, una session in acqua, un sorriso dall’altra parte del mondo. Questa volta però sentivo il bisogno di fermarmi un attimo e raccontare davvero.
Perché quello che vivo non è solo kitesurf.
È una storia fatta di vento, persone, fiducia, errori, cadute e rinascite.
Tutto è nato da un bisogno. Non da un progetto imprenditoriale. È nato dal vento, dal mare, da quella sensazione nello stomaco che ti prende quando sai che devi partire anche se non sai bene dove andrai.
All’inizio viaggiavo per allenarmi. Le competizioni erano il mio focus. Cercavo gli spot migliori, le condizioni perfette, il vento costante. Scrivevo sui forum di kitesurfing.it, pubblicavo aggiornamenti, foto, racconti delle session. Condividevo semplicemente quello che vivevo.
Poi hanno iniziato a venire gli amici.
Viaggi semplici, veri, puri. Session infinite, cene improvvisate, risate, notti brevi e albe lunghissime. Poi qualcuno mi scriveva chiedendomi se poteva venire anche lui. Piano piano sono arrivati anche quelli che non conoscevo, ma che avevano la stessa luce negli occhi.
Ed è lì che è nato tutto.
In questi vent’anni ho visto qualcosa di straordinario. Ho visto posti che erano poco più di una strada sterrata diventare destinazioni famose in tutto il mondo: Tarifa, Cumbuco, Jericoacoara, Watamu, Santa Maria a Capo Verde, Cabarete. All’inizio c’era poco. Qualche casa, un bar, il vento. Poi sono arrivati i rider, poi le scuole, poi i viaggiatori.
Il kitesurf non è solo uno sport.
È un catalizzatore.
Muove persone.
Crea economia.
Costruisce comunità.
Oggi tutto è più strutturato, più turistico. Ma l’esperienza resta. E quando è autentica, diventa ancora più ricca.
Durante i miei viaggi ho conosciuto talmente tante persone che a volte mi serve qualche secondo per ricordarmi un viaggio fatto anni fa. Poi succede una cosa bellissima: qualcuno mi scrive, mi manda una foto, mi dice che sta tornando, basandosi solo sul ricordo di una vacanza unica.
Ed è lì che capisco quanto tutto questo sia reale.
I miei viaggi sono sempre nati da una cosa che ci accomuna: il kitesurf. Lo sport che mi ha cambiato la visione della vita. Perché il kiter cerca i posti più remoti, cerca il vento, cerca le condizioni giuste, e nel farlo arriva in luoghi che il turismo tradizionale non vede.
Villaggi di pescatori come Paracuru, in Brasile, dove gli unici europei che incontri sono quelli che hanno scelto quella meta per il vento. Oppure Che Shale, il primo posto che ho scoperto in Kenya, bungalow immersi nella foresta che allora erano quasi sconosciuti e oggi sono diventati una delle attrattive più gettonate della zona. O Tarifa, che prima era una sola via, una città dura, famosa persino per i suicidi. Perché i venti da est, quando tirano forte per giorni interi, fanno impazzire il kiter… ma per chi ci viveva era devastante.
Noi arrivavamo con le nostre tavole e le nostre vele e ci riunivamo per allenarci, imparare, superare paure e limiti. Dopo ogni viaggio tornavamo a casa con qualcosa in più. Un trick nuovo. Una manovra che non facevamo da anni. Ma soprattutto con qualcosa dentro.
Perché il kite non ti insegna solo a volare.
Ti insegna ad aspettare il vento.
Ti insegna a leggere il mare.
Ti insegna ad adattarti.
Ti insegna che non controlli tutto.
E questa è una lezione che poi ti porti nella vita.
Io non mi sono mai sentito sopra nessuno. Mi sono sempre sentito dentro al gruppo, con un po’ più di esperienza sulle spalle e il compito naturale di guidare quando serve.
Ricordo Silvia. Era arrivata con addosso anni di tentativi e frustrazione, convinta che forse questo sport non fosse per lei. L’ho presa impaurita, fragile, pronta a mollare. Non le ho promesso miracoli. Le ho dato tempo, metodo, presenza. Oggi Silvia è autonoma. Non è un’esperta kiter, ma guai a stare nella sua stessa linea di navigazione. È centrata, determinata, viva in acqua. Sa che il percorso è ancora lungo, ma ora vede una strada davanti a sé.
Poi c’è Monia. Imprenditrice, energia pura, carattere da Caterpillar. Era tornata dopo anni. Ho incontrato una donna potente, presente, consapevole. Non più in prova. Pronta.
E poi Marco e Francesco. Si sono conosciuti in uno dei miei viaggi. Perfetti sconosciuti il primo giorno. Alla fine dell’estate avevano già viaggiato insieme, scoperto posti incredibili, costruito un’amicizia vera.
Ed è lì che capisci che non stai solo insegnando uno sport.
Stai creando connessioni.
Oggi entro in acqua non per superare i miei limiti. Entro per divertirmi, per stare bene, per trasformare la mia esperienza in qualcosa di utile per chi è con me. Ho imparato che il valore non è quanto spingi forte, ma quanto riesci a trasmettere. Gestisco gruppi di 40–50 persone cercando sempre di mantenere il sorriso e trovare soluzioni personali per ognuno, perché ogni persona arriva con una storia diversa. C’è chi lascia a casa stress e difficoltà. C’è chi non ha mai fatto un viaggio intercontinentale e si affida completamente a me. C’è chi prova da anni a imparare questo sport e sceglie il mio camp come ultima possibilità.
E poi succede.
Con calma.
Con tempo.
Con fiducia.
Alla fine riescono.
E lì capisco perché faccio tutto questo.
Perché alla fine si torna a casa e quello che resta non sono solo le foto. Restano i ricordi. Le amicizie nate davanti a un tramonto. Le risate dopo una giornata di vento. E restano i messaggi che arrivano giorni dopo: “È stata un’esperienza unica. Da rifare.”
Questa è la mia vera soddisfazione.
Negli ultimi mesi ho vissuto uno dei momenti più duri della mia vita professionale. Per il Brasile e per il Kenya mi ero affidato a presunti professionisti del settore. Tutto sembrava impeccabile. Era tutto falso. I kitecamp erano già pagati. I soldi spariti. Le strutture inesistenti.
Ricordo una notte in cui sono rimasto seduto sul letto, in silenzio, con il telefono in mano. Non dormivo. Pensavo solo alle persone che avevano riposto fiducia in me.
Ora la giustizia farà il suo corso.
Ma la responsabilità restava mia.
Perché chi prenota con me non compra un viaggio. Affida tempo, ferie, famiglia, aspettative. Il viaggio è sacro.
Il 2025 mi ha messo in ginocchio economicamente. La strada più facile era rimandare tutto. Ma non funziona così. Chi aveva prenotato aveva già preso ferie, aveva fatto compromessi con il partner, aveva organizzato la propria vita attorno a quel viaggio.
Io non potevo deluderli.
Mi sono riorganizzato. Ho ricomprato voli, ricostruito tutto in poche settimane. Ho passato momenti di frustrazione enormi. Ma poi ho guardato le persone che avevano scelto me. E ho capito che loro venivano prima di tutto.
Alla fine tutti sono partiti.
Con alcuni all’inizio non sono entrato subito in sintonia, e questo mi dispiace, ma chi è maturo sa capire. Quando siamo tornati a casa, sapevo di aver fatto la cosa giusta.
Perché non si tratta di kite.
Si tratta di fiducia.
Negli ultimi anni ho capito che la Sicilia, e lo Stagnone, sono diventati per me un luogo dove rallentare, ascoltare, preparare. Da marzo a ottobre sarò lì, non per vendere lezioni, ma per costruire con calma le prossime esperienze nei minimi dettagli. Perché un viaggio non si improvvisa. Si ascolta.
E poi c’è una cosa che mi sorprende ogni volta. Persone che partono senza conoscersi e tornano a casa come amici. A volte come compagni di viaggio per la vita. Succede spesso. Ed è bellissimo.
Questo articolo è dedicato a tutti coloro che in questi anni si sono affidati a me. Ma soprattutto ai partecipanti degli ultimi due camp: Brasile novembre e Watamu gennaio. Avete vissuto con me uno dei momenti più difficili della mia carriera. Avete avuto pazienza. Avete avuto fiducia. Avete avuto cuore.
Io non lo dimenticherò mai.
Non organizzo viaggi.
Mi prendo cura delle persone.
E so che i prossimi anni saranno ancora più profondi.
Se stai leggendo questo, forse non è per caso.
Forse anche tu senti che è arrivato il momento di partire.
Non so dove ti porterà il vento.
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